Gli obiettivi (ONU) di sviluppo sostenibile

Gli obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals) non nascono solo come una dichiarazione di intenti, ma come un programma d’azione per raggiungere un futuro migliore e più sostenibile per tutti. Affrontano le sfide globali a cui siamo chiamati a rispondere, comprese quelle legate alla povertà, alla disuguaglianza, al clima, al degrado ambientale, alla prosperità, alla pace e alla giustizia. Gli obiettivi sono interconnessi e strutturati per non lasciare indietro nessuno. I 193 Paesi membri delle Nazioni Unite hanno ufficialmente avviata nel 2016 tale programma d’azione strutturato su 17 Obiettivi – Sustainable Development Goals, (SDGs) – declinato in 169 target da conseguire entro il 2030.

Se osserviamo la produzione di beni a livello globale, il 60% dei suoi rifiuti finisce in discarica o nell’inceneritore, solo il 40% viene riutilizzato/riciclato e (cosa fondamentale) si recupera appena il 5% del valore della materia prima originale. Quando trasformiamo un bene in rifiuto interrompiamo la sua catena delle informazioni in grado di re-immettere il prodotto nel mercato come nuova materia prima o semilavorato. Una volta che il prodotto è divenuto rifiuto possiamo intervenire per un riciclo delle sue materie componenti, ma principalmente di quelle “macro” (legno, plastica, carta…). Come vedremo in seguito la conoscenza e relativa gestione continua del prodotto permette il suo mantenimento nel ciclo produttivo, evitando così il proliferare di rifiuti.

Nell’economia lineare la produzione di rifiuti è molto alta e cresce con l’aumentare dei consumi (fondata sul presupposto che le risorse siano abbondanti, disponibili ee eliminabili a basso costo). Nell’economia del riciclaggio abbiamo dei cicli virtuosi che ci permettono di riciclare o riutilizzare i prodotti prima di mandarli in discarica, riducendo così il numero di rifiuti, ma senza eliminare il problema. Questo è l’obiettivo che si prefigge l’economia circolare, ovvero ridurre a zero i rifiuti attraverso la logica “produco, uso, riparo, riuso/riciclo” (a cui aggiungere anche “condivido e presto“).

Di seguito un’esemplificazione grafica degli approcci ai rifiuti di diversi modelli di economie:

È quindi solo un problema di gestione dei rifiuti? Ovvero dobbiamo concentrarci su come gestire questo processo a “fine ciclo? È questo che dobbiamo fare?

Assolutamente no! (o meglio, non solo)

L’economia circolare è un obiettivo molto ambizioso e dirompente e può essere ottenuto solo se le nuove soluzioni saranno progettate sin dall’inizio del loro ciclo di vita secondo la logica “cradle-to-cradle” e non “cradle-to-grave“.

Pensiamo ad esempio agli imballi, nella nostra esperienza quotidiana quanti di questi sono realmente separabili al 100% per il riciclo? Se realmente volessimo riciclare l’intero imballo lo stesso dovrebbe essere progettato alla sua origine per essere completamente separabile. Questo concetto vale per qualsiasi prodotto (non solo per gli imballi) e lo riprenderemo in seguito.

Per approfondire il concetto di economia circolare, di cosa si tratta e scoprire qualche esempio virtuoso, vi invitiamo a leggere il seguente articolo.

Innovazione sostenibile

Per rispondere a queste sfide è necessaria una trasformazione radicale dei processi di progettazione, fabbricazione, acquisto e logistica dei prodotti, al fine di garantire le loro prestazioni il più a lungo possibile e una loro ri-allocazione nel tempo.

Per meglio comprendere questi aspetti, facendo un esempio con i prodotti da costruzione, possiamo far utile riferimento all’Allegato I – REQUISITI DI BASE DELLE OPERE DI COSTRUZIONE – del Regolamento UE 305/2011.

In tale allegato si riportano i requisiti delle opere di costruzione, non dei prodotti. Tali requisiti delle opere sono 7 e i prodotti concorreranno a soddisfare le diverse prestazioni dell’opera in funzione della loro destinazione d’uso e della prestazione a loro richiesta. Nello specifico prendiamo l’ultimo requisito di base delle opere di costruzione “7. Uso sostenibile delle risorse naturali“, vi troviamo che “Le opere di costruzione devono essere concepite, realizzate e demolite in modo che l’uso delle risorse naturali sia sostenibile e garantisca in particolare quanto segue“, con l’elenco delle prestazioni:

  • il riutilizzo o la riciclabilità delle opere di costruzione, dei loro materiali e delle loro parti dopo la demolizione;
  • la durabilità delle opere di costruzione;
  • l’uso, nelle opere di costruzione, di materie prime e secondarie ecologicamente compatibili.

Abbiamo così un quadro completo delle prestazioni da dover soddisfare in merito all’uso sostenibile delle risorse naturali.

Ciò significa che quando innoviamo per ricercare un nuovo prodotto, o servizio, nell’analisi tecnico normativa dobbiamo inserire anche gli elementi di sostenibilità sopra riportati, al fine di poter soddisfare i 17 obiettivi globali di sostenibilità applicabili.

Se così non fosse ci ritroveremmo di fronte a delle innovazioni, ma non innovazioni sostenibili.

Facciamo un esempio: immaginiamo di creare nuove soluzioni produttive just in time, che sfruttano le stampe 3D rapidissime e/o sistemi robotici in grado di ridurre drasticamente i tempi produttivi, ma che utilizzano sostanze nocive per uomo e ambiente e/o processi con un impatto pesante sull’ambiente. Queste innovazioni, seppur interessanti sotto il profilo di alcuni valori creati nella produttività e disponibilità in tempo reale, non sarebbero auspicabili in quanto non sostenibili.

Questi concetti sono ben chiariti nella definizione coniata da Renè von Schomberg per Ricerca e Innovazione Responsabile (Responsible Research and Innovation – RRI):

un processo trasparente ed interattivo, attraverso il quale i vari attori della società e gli innovatori interagiscono per far si che il progresso scientifico e tecnologico possa dar luogo a processi e prodotti che siano sicuri per l’uomo e l’ambiente, eticamente accettabili e rispondenti alle esigenze ed ai bisogni degli individui e della società

Un’altro esempio è riportato nel paragrafo successivo.

Rimodellare i business model industriali (in modo radicale)

Nonostante molti condividano i principi sopra esposti, l’attuale modello di sviluppo economico è sostanzialmente lineare o a basso riciclo. I modelli di business più diffusi prevedono un forte consumismo spingendo l’acceleratore su “l’aggiornamento sempre necessario” di hardware e software, producendo una gran quantità di rifiuti.

Prendiamo ad esempio la tecnologia oggi più diffusa: gli smartphone.

Secondo lo “Spring 2018 Global Attitudes Survey” la diffusione degli smartphone tra gli adulti a livello globale è la seguente:

Quando esce un nuovo modello di smartphone quelli precedenti diventano obsoleti e gli aggiornamenti software prima o dopo cesseranno di esserci per tali modelli. Siamo quindi spinti con forza ad aggiornare il nostro smartphone, anche per questioni di moda e status symbol.

Proviamo ora a immaginare un modello di business in cui la durabilità, il riuso e il riciclo siano elementi fondanti della creazione del valore per questo prodotto.

Certamente è più semplice gestire logisticamente la presentazione di nuovi smartphone sugli scaffali, ma proviamo invece a sforzarci di immaginare questo nuovo modello di business che possa soddisfare i 17 obiettivi globali di sostenibilità:

  1. Durabilità: progettiamo e realizziamo alcune parti affinché mantengano le prestazioni nel tempo, possibilmente le parti più “ingombranti“, quali, ad esempio: la custodia, il sistema elettronico primario e magari anche la batteria.
  2. Riuso: le componenti sopra elencate, assieme a molte altre, che sicuramente uscirebbero da un’analisi approfondita di reverse engineering, possono essere mantenute più a lungo negli upgrade realmente necessari dell’hardware. Nascerebbe un servizio capillare di manutenzione (new business) in grado di riparare gli elementi tra loro inter-operanti all’interno dello smartphone. Non solo potremmo sostituire le parti che in uno smartphone determinano il suo aggiornamento, ma utilizzeremmo le parti sostituite su apparati in cui vadano bene. Ad esempio il display dello smartphone potrebbe diventare il visore di una bilancia o il display di un macchinario produttivo di stabilimento, o…
  3. Riciclo: secondo la medesima logica del punto precedente, immaginiamo ora che tutte le parti siano scomponibili in elementi base noti che, presso idonee strutture, possono essere ri-trasformate in materie prime, tutto secondo una logica precisa di rintracciabilità e di informazioni dei contenuti che non fa mai diventare il prodotto un rifiuto ma gli fa fare un “cambio di stato per poter essere re-immesso nuovamente nel ciclo produttivo secondo le prestazioni possedute.

Oltre ad aver soddisfatto il 12° obiettivo (garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo), potremmo contribuire all’obiettivo 10 (ridurre le disuguaglianze) rendendo più accessibili alcuni modelli di smartphone di fascia medio-bassa, sicuramente contribuiremmo al 9 (infrastrutture resistenti, industrializzazione sostenibile e innovazione) grazie alle innovazioni apportate nella filiera, ma anche al n°8 (promuovere una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, la piena e produttiva occupazione e un lavoro dignitoso per tutti) con la creazione di nuovi business di manutenzione che generano valore e così via.

Per giungere a questo risultato l’intervento di singoli volenterosi secondo lo slogan “think globally and act locally” è evidentemente non più sufficiente, sono urgenti cambiamenti radicali anche nella legislazione che regola i settori a livello globale. L’economia lineare spinta (il consumismo) funziona perché è economicamente conveniente secondo gli attuali modelli; modelli che non considerano i reali impatti sul nostro pianeta e la nostra salute.

Immaginiamo ora che si dichiari a livello globale che tra 5 anni il costo dei rifiuti sarà fatto pagare 100 volte di più direttamente alle aziende che fabbricano i prodotti, non pensate che questo catalizzerebbe le risorse su un’innovazione sostenibile?

Lo vedremo nel punto successivo, ma oggi c’è bisogno di una spinta forte per innovare in modo sostenibile e collaborativo, generando distinti valori per i diversi stakeholder: clienti, azionisti, fornitori, dipendenti, società, ambiente-pianeta.

Nessuna urgenza

Quello che mediamente la società, non tutti e non io, percepisce è che non c’è urgenza di agire, i problemi sono altri.

Quasi ci infastidiscono le “Grete” o chi altro vuole invece farci vedere la realtà delle cose, non servono neppure più studi, come quello della Stanford University, nel quale si stima una perdita economica pari al 23% del prodotto interno lordo mondiale entro il 2100 se non saranno adottate misure adeguate di mitigazione e adattamento climatico…

Le nostre abitudini che impattano sul pianeta, nel complesso, cambiano di poco e la politica non se ne occupa realmente se non con proclami che non danno seguito ad azioni concrete e coese su scala mondiale (speriamo che i 17 Sustainable Development Goals possano smentire questa affermazione!).

Se fossimo realmente coscienti di ciò che sta avvenendo ci renderemmo conto del pericolo imminente e agiremo di conseguenza.

Se scoprissimo che tra un mese un meteorite immenso colpirà la terra causando la sua fine, ci muoveremmo unitamente per evitare la catastrofe? Certamente si!

Saremo in grado di muovere mari e monti, uniti verso un obiettivo comune di salvezza, perché sappiamo benissimo che ne pagheremo tutti le conseguenze su questo nostro minuscolo pianeta della Via Lattea, produrremmo in pochissimo tempo risultati inimmaginabili, con l’urgenza del pericolo imminente.

Ma questo non avviene, assistiamo a piccoli e sporadici esempi di progresso in tal senso, ma nulla di così disruptive da salvarci dal pericolo imminente del disastro ambientale da noi causato.

Azioni possibili

I cambiamenti caratterizzano l’evoluzione, ci sono sempre stati e sempre ci saranno, ma è nostra responsabilità non tagliare il ramo su cui siamo seduti. Parlando di innovazione, soprattutto di prodotti, possiamo elencare una serie di azioni possibili da mettere in campo:

  • Eliminare le sostanze nocive e tossiche per uomo e ambiente: come progettisti e fabbricanti analizziamo molto bene cosa stiamo utilizzando evitando sostanze nocive e tossiche per uomo e ambiente e come utenti leggiamo attentamente cosa stiamo acquistando, indirizzando così il mercato verso soluzioni meno nocive.
  • Ridurre drasticamente l’uso di materie prime non rinnovabili: come progettisti e fabbricanti pensiamo a soluzioni sostitutive o alternative rispetto alle materie prime non rinnovabili, attraverso il riuso e il riciclo, ma anche utilizzando materie prima eco-friendly e come utenti prediligiamo prodotti che non utilizzino materie prime non rinnovabili (indicate in etichetta in modo chiaro – si veda l’ultimo punto).
  • Razionalizzare il consumo di energia (per la produzione e l’uso): come progettisti e fabbricanti progettiamo e realizziamo processi e prodotti a basso consumo di energia (utilizzando lo strumento della Life Cycle Assessment – LCA), valorizzando le prestazioni di utilità e durabilità e come utenti scegliamo prodotti che realmente ci servono e che abbiano un basso consumo di energia nell’uso.
  • Ridurre gli impatti ambientali durante l’intero ciclo di vita (LCA) di prodotti e servizi: come progettisti e fabbricanti utilizziamo la LCA quale strumento di scelta e come utenti pretendiamo di avere le informazioni di impatto ambientale e di benchmark con le diverse soluzioni possibili, per creare una competizione virtuosa sotto il profilo ambientale.
  • Ridurre gli scarti ed eliminare i rifiuti non riciclabili: come progettisti e fabbricanti progettiamo i prodotti con un nuovo modello di business che contempli il servizio di manutenzione, riuso e riciclabilità come elemento integrato di generazione di valore per il business, la società e l’ambiente e come utenti chiediamo un nuovo indicatore di valutazione dei prodotti basato sulle tre prestazioni di innovazione sostenibile: durabilità, riuso e riciclo.

Conclusioni

Viviamo in un ecosistema chiuso (di terra ce né solo una!), è quindi una nostra priorità fare in modo di dare seguito al rapporto Brundtland (conosciuto anche come Our Common Future) pubblicato nel lontano 1987 dalla Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo (WCED):

«lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri»

Gli strumenti ci sono.

Per noi di ARM Process, coerentemente con la nostra missione e i nostri valori, la sostenibilità (ambientale-economica-sociale) è un elemento cardine dei nostri interventi. In tutti i processi di innovazione valutiamo questi elementi e sempre lo faremo.

Non è certamente semplice e spesso il valore nel breve periodo per il business aziendale non è immediato, ma di fronte a questo problema noi scegliamo di impegnarci per risolverlo.

Se per maggiori informazioni in merito visita il nostro blog o non esitare a contattarci.